21/08/2003

Una poesia per Pamparato
XVI edizione - anno 2003

 


Classifica :

 

CRISTOFARO Sergio

COLLE VAL D'ELSA  SI

SERA SARA' SE SOLA SARAI

 

...a seguire

ARIMONDI Simona

STRADA IN CHIANTI  FI

LE MIE ROSE

 

BOTTARO Giovanni

PISA

SBRICIOLANO NIDI E STAGIONI

 

NARDI Federico

MARTINISCURO TE

UN GRIDO

 

MARTUCCI Mariangela

CHIAVARI GE

FORSE TU

 

BELOTTI Egidio

FOSSANO  CN

COM'E' OSTINATO QUESTO VENTO

 

 

SEGNALAZIONI:

 

GALLI Giovanni

SAVIGLIANO CN

UNA MONTAGNA CI VUOLE

 

BARTOLUCCI Pierubaldo

FOSSONBRONE  PS

A SCUOLA DA APOLINNARE

 

 

La partecipazione di così tanti concorrenti a questa sedicesima edizione del concorso “UNA POESIA PER PAMPARATO” è un po’ una risposta alla domanda che si poneva, ai suoi tempi, Guido Gozzano quando si chiedeva se era ancora possibile fare poesia in un mondo così orientato verso gli aspetti materiali della nostra esistenza.

Rispondere a questa domanda è allo stesso tempo rispondere alle periodiche “querelles” accese dai santoni delle patrie lettere che lamentano il proliferare dei troppi cosiddetti “poeti della domenica”, che inquinerebbero un orticello tutto riservato.

Senza consultare i sacri testi, molto semplicemente la risposta va ricercata dentro noi stessi, se è vero che la poesia è un affinamento dello spirito, una discesa nel profondo di noi stessi alla ricerca di esperienze, ricordi ed emozioni divenuti in noi “sangue, sguardo e gesto non più scindibili da noi”, come affermava Rilke.

E quel che esce da dentro di noi ci porta al di là di noi stessi, in quel mondo privilegiato, difficile, ma aperto a tutti, che è l’arte.

Augurandovi di continuare con successo nella vostra ricerca poetica, Vi ringraziamo per la vostra partecipazione e vi diamo appuntamento alla prossima edizione
(Eraldo Odasso)

 

 

LA GIURIA

 

Luca NECCIAI (presidente)

Albertina GUENNO

Carla LORENZINI

Giuliana MICHELI

Ilaria PAUTASSO GALLO





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Segnalazione per Merito:

 

UNA MONTAGNA CI VUOLE

 

Una montagna ci vuole, non fosse che per supporre

cantando ne scenda l’acqua che nel fosso mi scorre.

Noi, da San Grato, le montagne le vediam di lontano

(se sappiamo sostare e portare agli occhi una mano)

quando il sole, raggiante, la piana brucia più forte

e campi immensi riempie luglio di mais e di grano

e ricolma anche il cuore.

 

Lassù i giorni eguali e le ore,

fra declivi che non hanno mai fine se non per burroni,

spighe di pendula segale maturano piano

fra mulinelli capricciosi di vento e rovi gonfi di more.

 

Una montagna ci vuole, non fosse che per increspare

il limitare (perfetto troppo) a ventaglio del remoto orizzonte

e sapere che anche la Terra ha avuto sussulti, come l’uomo che soffre e corruga la fronte,

ove attizza ceppi d’albe e tramonti.

Soffron, su balze scolpiti, brandelli vuoti di baite

in un tempo (i vecchi – pietre fumanti nel sole – eccome lo sanno) che non ha più stagioni

e sogni di quiete marmotte e sentinelle di fanciulli attente

e fughe argentine a frotte e aguzzi campanili appesi al cielo

e d’organi diafane canne e limpide fonti soffocate dal gelo.

 

Lassù i giorni eguali e le ore,

fra giogaie che non più eterne hanno coltri di neve

(se non dove il sole le tinge d’un rosa più lieve),

fra corsieri, agili e fieri, incubi grondano (e morte) di rapaci bracconieri.

 

Una montagna ci vuole, non fosse che per avvistare

(rapiti) in volo aquile reali, nidi fra rupi scoscese,

sfide accese ai più gagliardi venti, becchi adunchi, artigli lucenti

e vincere mai stanche (fra cattedrali di pietra e di silenzi) sepolcrali candor di valanghe.

 

Là sotto il diavolo ha sepolto tesori, ingoiato case, tentato pastori, prosciugato torrenti,

scavato caverne, incatenato innocenti, inventato masche e seminato furori.

Là sotto Lucifero – orrendo – ha saccheggiato il “comando” (libro dal dorso vermiglio)

e con sadico piglio ha fatto ruggire, fra forre e serre, fatui fuochi ed epiche guerre.

 

Quei di lassù e noi della piana a reggimenti abbiam fatto le guerre.

 

Senza fiatare, a ranghi serrati, abbiamo servito con fedeltà ed onore

ché la penna nera, la cima gigante, l’aquila fiera, lo zaino pesante,

l’antico cappello, le verdi mostrine e il caduto fratello li portiamo nel cuore.

 

Una montagna ci vuole, non fosse che per issarvi

(non importa se a dorso di mulo e a forza di braccia la fatica è più greve) un’umile croce

ché la copra e la culli, in abbraccio d’amore, il nostro canto più lieve.

 

GALLI Giovanni

 


 

 

 

Segnalazione per Merito:

 

A SCUOLA DA APOLLINAIRE

 

M            Ombre non sono, fra gli alberi strani,

                figure di nani;

                la luna è più grande, più vaga la notte,

                se questa è la notte

                che segue l’ameno corteggio di Orfeo.

 

A            Non è poesia, piovuta magia

                carezza le labbra…

                potessi fermare il silenzio

                e contare d’un tratto sinonimi

                molti, di gioia.

 

G             Non più meraviglia:

                la mano nasconde i ricordi,

                solubili e persi

                nel caldo fango dei fiumi,

                nelle superbe contrade d’azzurro.

 

I              Temi forse il romantico addio

                dei fiori?

                O cos’altro il cuore non dice?

                E certo il colore dell’erba

                fa invidia alle nuvole in alto.

 

A            Si muovono rapidi i sogni

                se adesso ferisce la luce del giorno;

                per poco brontola il vento:

                nascono e ancora

                evangeliche forme gemelle.

 

A            Ne sont pas détails mélodieux voix d’amour

 

BARTOLUCCI Pierubaldo

 


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IN VIAGGIO

 

Tu che cammini

ogni giorno al mio fianco,

dal primo attimo di vita,

fatti un poco in disparte

oggi che sono felice,

sciogli il tuo abbraccio soffocante

che opprime i miei pensieri

e lasciami planare

in questo volo libero;

lasciami illudere

che questo cielo azzurro

sarà per sempre;

non soffiare sul vento

e lasciami cullare ancora

come foglia appesa

ad un filo di ragnatela.

So bene che tu ed io

siamo compagne inseparabili;

cammina dunque al mio fianco

per tutto il tempo che puoi,

perché quando fermerai il tuo passo

per guardarmi negli occhi,

dovrò fermarmi anch’io.

Afferra allora la mia mano

che hai sfiorato da sempre

e portami via con te

senza farmi soffrire,

dolcemente,

oltre il tempo.

 

BRESCIANO Monica

 

 

 

 

 

 

 

 

 


PAMPARATO

 

Dolce paesello inerpicato sui monti del vecchio Piemonte ove

dimora gente di fiera indole di scorza greve scolpita da

veni ribelli, da ripidi pendii, da scoscese valli e dal duro e lento

incedere del tempo.

Tu di vecchie tradizioni fai mostra perenne nelle tue borgate nei

tuoi viottoli nelle tue imponenti vestigia antiche e fiere.

Soave Borgo dai rifugio al turista che a te si prostra come un

viandante  di un tempo remoto gli dai ristoro con le delizie della

tua terra curate con amore dai suoi cantori, terra dove si odono

canti e suoni di un tempo fantastico e misterioso di castelli,

signori, dame e cortigiani.

Scorcio di Piemonte che resiste da fiero baluardo della civiltà

moderna povera di sentimento e di valori.

 

ARAGNO Bruno

 

 

 

 

 

 


COME NASCONO I PENSIERI?

 

Disperati viandanti

 

Percorrono le vie della razionalità

E formano il tempio della saggezza

 

Percorrono le vie della fantasia

E creano miscugli di soluzioni generali

 

Percorrono le vie del cuore

E creano nuvole di profumo

 

Percorrono le vie dell’amicizia

E creano catene d’acciaio

 

E quando tutte queste vie sono sbarrate dalla ruggine dell’ignoranza

 

Percorrono le vie dell’odio

E creano macchie nere di vernice indelebile

 

BERTELLO Emanuela

 



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VITTIME E CARNEFICI

 

Ti ho intravisto

nella mostruosità del sangue

versato con l’inganno,

gli occhi spendi incollati al cielo

e le membra divelte,

macabro trofeo di dolore

tra i grattaceli sventrati di New York.

 

E ti ho rivisto

Tra i bagliori di fuoco,

gettato in mezzo alla strada

come uno straccio usato,

con lo sguardo colmo d’orrore

mentre nei pugni stringevi

la tua terra di Palestina.

 

E poi ancora

urla di bambini nella notte

invasa dal rumore dei cacciabombardieri,

volti di persone

con la pelle a brandelli,

bombe intelligenti nel cielo di Bagdad,

vittime carnefici

un gioco infinito delle parti.

 

Eppure stavo lì,

pigramente seduto davanti alla T.V.,

un poco vittima un poco carnefice,

avvolto nella patina d’indifferenza

che ci rende tutti uguali,

che ci fa complici della morte.

 

BELLINI Claudio

 

 

 

 

 


 

IMPRESSIONI

 

Sovente mi fermo a pensare

del tempo che passa e mi par di tremare

 sentendo il peso dei miei tanti anni

ricchi di poche gioie e tanti affanni.

Ma la natura piena di amore

per ciò che è vita,

mi aiuta a fugare le paure dal cuore

e vincere la partita.

 

PIEROTTI Ines

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L'occhio furbo delle stelle sorveglia la dolce follia  e...sei mia sotto le 

palpebre gialle... il tuo corpo mi chiama oscilla... nell'urlo che freme  all'ombra

della tua pelle...abbracciami ancora  voglio perdermi tra i respiri  come preda dei

tuoi baci in un fervido delirio........

 

TINTERO Marco

 

 

 

 

 

 


NOTTE [immagini]

 

Una filigrana di gocce sui vetri

a disegnare l'umidità della notte.

 

Frotte di nubi,sparse nel cielo,

che velo,sottile,di nebbia nasconde.

 

Fronde,leggere,scomposte nel vento,

[passi di danza su ritmo ribelle].

 

In lontananza milioni di stelle.

 

PIRA Anna

 

 

 

 

 

 

 


SALENDO

 

salendo.

sei solo sul  lungo sentiero

e’ solo il silenzio che sale con te.

ti parla, tacendo,

di cio’ che sara’.

tacendo rispondi

“non so”

ma il futuro

e’ l’unica cosa che’ c’e’

 

CAMPEDELLI Fabio

 

 

 


 

 

 

 

IL CUORE DELLA FONTANA

 

Il cuore della fontana

canta o piange

col trascorrer del tempo.

Canta in estate

quando i bimbi

le fanno girotondo

e lieti giochi

e spruzzi birichini.

Piange con l'arrivo

dell'autunno, quando

le foglie dorate del tiglio

si tuffano a morire

e il soffio del vento

forte dapprima

s'acqueta piano piano

e lentamente

si fa muto.

 

DABOVE Marinella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 


A MIA MADRE

 

mi mancano

i Tuoi grandi occhi azzurri,

che scrutano

la Tua nuova casa,

lassù,oltre i cipressi.

Sei andata via così,

scivolando leggera

sulle foglie ingiallite

del Tuo ultimo autunno,

per traghettare

la Tua nuova vita

verso il Tuo unico

indistruttibile amore.

Sei come la luna,

nascosta tra le tenebre.

Hai scelto la Tua eclissi,

lasciandomi in questo cupo

cono d'ombra.

Ti sento;

dietro le nuvole

cariche

di impalpabili certezze.

Ti aspetto;

per parlare con Te

di umane

e struggenti incertezze.

Ti vedo ancora,

tra i mille fiori

della Tua vita,

oltre quei cipressi

che infine

Ti hanno portato via

 

ODASSO Paolo

 

 

 

 

 


ANIME

 

Anime

di fuoco e di vento

in un cielo

d’ombra

svelano

vite inattese

tra le pieghe

misteriose

di un tempo

immobile.

Lontano

una musica

travolge

un’emozione

in un vortice

di luce.

 

MANZETTI Stefania

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

  

 


DIVERSO

 

Lo bisbigliano come radioline rotte

mentre passeggi  sul marciapiede.

Lo leggi nello sguardo degli altri

mentre fai la spesa.

E’ scritto sui muri

della metropolitana

e sulle panchine del parco,

con la vernice dell’ignoranza.

Sei diverso!

Ma non smettere mai

di ringraziare Dio

di esserlo.

Io lo faccio ogni giorno,

mentre porto il cibo

ai cani randagi.

Sai, anche loro sono

diversi

proprio come noi:

amano senza aspettare

di esserlo contraccambiati!

 

MAZZUCCATO Ludovica

 

 

 

 

 

 

 


IL PASSERO SULL’OLEANDRO

 

Cinguetta un passero

sugli odori tardivi

di un oleandro in fiore

che l’intero

giardino riempie

di velenosa bellezza.

Dalla finestra

inerme ti osservo

e il tuo canto

molte cose ha da dire:

ho voglia di ascoltare

parlami ancora

passero infreddolito,

tu che sai cosa dire

tu che sai dove andare,

ogni tuo gesto

sensato mi pare,

insegnami dunque

come fare

come essere sicuro

di cosa dire,

di dove andare.

 

GOTTARDI Marco

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A MIO PADRE

 

Ti ho visto soffrire in silenzio

e morire pregando

volevi entrare nell’altra dimensione

senza tristi lamenti.

Ti ho visto morire

Così come eri in vita, bello e sereno,

nulla chiedesti alla vita

se non un sogno familiare

sei  stato accontentato.

Ti ho visto morire

coraggioso e fedele.

Ora spiega cosa vedi dall’altro lato,

a noi che non ti imitiamo,

ti ho visto MORIRE, uomo vero,

e sulla dolente lapide il mo sorriso.

 

VACCHETTA Flavio

 

 

 

 

 

 

 

 


FOGLIE

 

Tutte insieme applaudono

l’arrivo del vento

              dell’aria

ingannando

ad occhi chiusi

la quasi presenza del mare.

 

CONFORTO Pino

 

   

  

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 UN ULTIMO SALUTO

 

Non potevo non esserci su queste rampe.

Nella lunga spirale sospesa

ci sono un po’ tutti;

un collettivo senza classi, senza barriere.

Chi per affetto, chi per riconoscenza,

conforto reciproco, partecipazione o fascino;

io per la mia torinesità.

La catena umana quasi ripropone la metamorfosi

delle smantellate linee meccaniche

e ne ho come un senso di vuoto interiore.

Sventolo le mani nel cielo, per catturare

e conservare nello Scrigno un omaggio adeguato.

“Ma se stringo il vento non è più vento”

anche l’Avvocato non l’ha comprato.

Allora il brusio rispettoso

diventa profondo e commosso silenzio,

per dissiparsi nell’abbraccio

della Magia eterna.

 

AIME Agostino

 

 

 

 

 

 


IL SOLE CALDO DELLA MIA SERA

 

Amo il sole caldo della mia sera

Quell’abbraccio fraterno,

soffocato dal lieve filo di vento estivo,

quell’eterno calore di un amore vicino,

sperando che quell’ultima ora di luce morente

duri per sempre sui miei occhi

e rimanga nel mio pensiero

anche quando sarà tutto coperto

dalla neve dei nostri anni.

 

BELLONE Simona

 

 

 

 


ESONDAZIONE

 

La vita è come un fiume

Che scorre lentamente

con anse che conservano

i tuoi sogni e i tuoi segreti.

lungo argini che l’acqua

con il tempo consuma

e che tu cerchi di rinforzare.

 

Poi all’orizzonte si annuncia una piena

anche i meteorologi l’avevano prevista.

c’è un’esondazione che fare?

Cercare riparo?

 

No è meglio lasciarsi sommergere.

non pensare a niente

vivere quest’amore fino in fondo.

Che meraviglia!

 

Lo sai che, purtroppo, non sarà per molto

pazienza, forse è meglio così,

hai comunque provato, vissuto e poi?

 

Forse, molto lentamente,

il fiume riprenderà il suo corso

e tu…

potrai solo ricordare.

 

BELLETICH Alda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I RICORDI

 

I ricordi

fanno rivedere una vita

che non c’è più,

ma di cui resta

nell’aria

come il profumo.

 

Si sente un odore

che avvince

e avvilisce,

come dei fiori secchi

nelle pagine di un libro.

 

Che sono

quei fiori secchi?

Nulla.

Eppure rinasce per essi

una realtà splendida

che muore nell’istante

che rinasce.

 

Muore due volte.

E due volte

si è straziati.

 

GAZZANIGA Iole

 

 


 

 

 

 

 

 

LEGGO NEI TUOI OCCHI

 

Leggo nei tuoi occhi l’orrore

di tanti corpi lacerati, seppelliti nella sabbia del deserto

mentre tu con la divisa di soldato sei in trincea.

Salutasti il tuo bambino un giorno baciandogli le guance

e sussurrandogli: “amore, ci rivedremo presto”,

poi seguisti con lo sguardo avido le sue manine

che ti salutavano mentre svanivi tra la folla.

 

La mano di un altro bambino ti supplica di sottrarre

alla morte il suo papà: altre madri,

altri bambini, altre donne piangono quei corpi

che mai più ritroveranno.

Imparasti ad essere forte, un soldato inclemente, spietato.

ed ora ti chiedi: quando finirà questa sporca guerra?

 

Vedo nei tuoi occhi scorrere una lacrima.

Vorresti tergerla con le mani callose

perché nessuno deve vedere,

poi ti accorgi che sei geloso di quella lacrima.

Tante madri, tanti bambini stanno piangendo.

Anche il tuo bimbo piange

perché vuole riabbracciare il suo papà.

 

Il pianto di un soldato non è infedeltà verso la patria:

una lacrima, una lacrima soltanto

può essere anche confusa

con il sudore che scorre sulla fronte arsa dal Sole.

 

Dopo tutto, chi può impedire ad un soldato di piangere?

 

RUTIGLIANO Michele

 

 

 

 

 

 

 

 


RONDO’ IN RICORDO DI MIO PADRE

 

E’ facile cercare il tuo profilo

sul libro smemorato della vita

nel cuore ti darò per sempre asilo

babbo senza nessuna via d’uscita.

 

Avevo anima allegra ora è finita

morta dannata in questo bianco cielo

consunta dalle stelle ora è partita

troncando dentro me poesia e zelo.

 

Già mi lasciasti solo in questo gelo

dove di notte scoppia alta di luna

ti dedico due strofe arido velo

avanzo di dolente alba digiuna;

 

più non ti cambierei mai con nessuna

delle altre prospettive e ora compilo

queste righe rondò felice cruna

a cui mi lego a te con lieve filo.

 

MANGIANTINI Floriano

 

 

 

 


A UNA VIGNA INGHIOTTITA DAI ROVI

(Ricordando un giorno a raccogliere le uve)

 

Il profumo dell’uva si mescolava all’odore

                della meliga

che ti maturava vicino…

e, dentro al mio cuore, ad un cruccio…

 

Quei capelli, quegli occhi, quel volto,

quelle mani che frugavano tra le foglie gialle

                e viti,

quell’aspetto vispo, quel ridere, quel

                sorriso…

che anèlito, che sospiri…

 

Poi gli anni son passati…

speranze e illusioni son cadute

come gli acini di quei bei grappoli neri

che ti staccavamo dai tralci

per destinarli a diventare vino in una

cantina.

 

Lei…? L’ho vista una di queste sere

e il cuore mi è tornato da te

a farmi male come quella volta.

 

Mia cara vigna…

I profumi, i colori, gli odori dell’autunno

erano un tutt’uno con l’allegria della

                giovinezza:

le canzoni…l’amore lì in mezzo alle tue viti.

 

E’ passato tanto tempo…ormai è molto

                tempo fa…

ma mi sento tutto dentro come se fosse

                adesso;

 

Ho raccolto gioie e dispiaceri, speranze e

delusioni

durante tutti questi miei anni…

come allora quando, con un po’ di

                malinconia,

raccoglievo l’uva lungo i tuoi filari…

 

TOMATIS Pietro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


BIMBI DI BAGHDAD

 

Scrutano il cielo

i bimbi di Baghdad

cercano aquiloni

ma l’azzurro fiabesco

di Sindbad

appare tetro.

 

Mille e una notte

ora riempite

da mille satrapi

veri o falsi

avidi di gloria.

 



















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OSPEDALE

 

A te Dottore

che davanti al male

vorresti guarire,

portare la vita a chi…

si prepara ad andar

lassù.

Il grande vuoto

non trova rimedio,

il tuo cuore piange

muore , e spera.

Ti vedo come un

fratello…che non si

arrènde e sino all’ultimo

respiro lotta.

Il giorno copre

l’universo….

quando ritornerai

vedrai un letto

l’ombra è andata nel

vento.

 

ALTINA Oscar Antonio

 


 

VENTO DI MARZO

 

Vento di marzo,

vento di primavera.

E’ scatenata la bufera.

Tornadi flagellano nazioni e città

cappe di fumo nero

oscurano il cielo.

Bufera di guerra.

Quanto spargimento di sangue!

E’ l’innocente che paga con la vita.

Quante lacrime versano,

orfani, spose e mamme!

Quanto orrore!

Quanta sofferenza!

Quanta miseria e stenti!

Esodi falliti.

Popolo senza speranza,

senza casa, senza acqua,

senza luce, senza alimenti!

Bersaglio dei cannoni

E sotto ai bombardamenti.

Quando il sole sorgerà

Per riscaldare i gelidi cuori

dei potenti?

Quando l’amore prevarrà sull’odio?

Fermiamo la guerra,

diamoci la mano

vogliamoci bene.

Su questa terra nulla ci appartiene.

 

PRATO Caterina

 

 


GIORNO DI PRIMAVERA

 

Il sole all’improvviso

profuma d’infanzia

l’erba è ritornata distesa

come prima del tempo

e il suono della primavera

è di nuovo bambino.

Sento l’aria intorno al cielo

dolce della fragranza dei fienili

vedo l’acqua ancora bianca

lambire la campagna

mi scalda la luce del mattino

che rimbalza e luccica sui vetri

giocando in mezzo a un’aia.

Sono la primavera nei sentieri

a braccia aperte

sono il grano che rivive

sono il volo sinuoso degli argini del Po

sono rondine tra le rondini

sono il vento che riempie d’azzurro

della terra al cielo.

Vedo strade grandi

vedo l’anima delle donne confuse nel mercato

vedo gli uomini camminare curvati

vedo i loro cuori

ancora leggeri.

I balconi s’affacciano

le biciclette si rincorrono

e il viale al mezzogiorno si trasforma

di colori urlanti e giovanili.

E’ ritornata

è di nuovo arrivata con la sua aria allegra

è ancora tempo di ascoltare l’erba crescere

è ancora tempo di lasciare che la luce

mostri l’alba

e poi scivoli facendo capriole

verso sera.

E’ ritornato il tempo vero

e ingenuo

e libero

e fatto per lasciarsi vivere in un sogno.

 

GIOVANARDI Vanni

 

 


FUNERALE DEL GRANDE ABETE

 

Abbattere! E’ stato deciso,

per il grande abete è condanna.

Dell’ultima estate per lui

questo è l’ultimo sole.

Protesa più in alto, nel cielo,

scruta la punta le cime dei monti,

lontano.

Quanto ho amato la tua verde frescura,

delle lunghe tue pigne il tocco di resina,

come ho amato sentirti il respiro…

Se solo avessi della magia

quel potere arcano incantato,

le tue radici estrarrei dalla terra

per portarti con me,

dove la luce confonde gli albori

in lunghi momenti d’assenza

e il sole s’attarda

nella notte senza ombre di tenebra.

Addio, non posso vedere,

addio… e tu ancora non sai.

Nel bosco, lontano, scappare!

Nascondendo ogni senso all’umano sentire

percepisco dell’albero il grido,

poi ancora più forte il silenzio

nel tacito osservar delle betulle.

Negli occhi del falco, attoniti, l’urlo

sulle ali distese ha raggelato il cielo.

Ascoltate voi faggi, nel bosco, e castagni

non sentite il dolore del tronco tagliato?

C’è un albero che muore.

Silenzio.

Non s’ode neppure una foglia frusciare.

Spadroneggia il motore mordendo e invadendo

segando, ritornando più forte a ruggire

riecheggia quest’eco in tutta la valle

portando la voce ai monti lontani.

Addio…

Eri gocce di resina

eri ombra d’estate

eri aghi sul prato di neve.

 

MANTISI Cristina

 

 


LA VOCE DEL SILENZIO

 

Spegnete il canto degli uccelli,

colorate tutto di nero,

e andate via,

non voglio nessuno intorno a me.

Fermate le parole,

non voglio più le stelle,

non voglio più il sole,

ma solo un angolo buio

dove potermi rifugiare.

Fate silenzio,

andate via,

e chiudete tutte le porte

affinché nessuno possa raggiungermi.

Ho il cuore pieno di lacrime

e mi pesa così tanto.

La mia testa è piena di voci inutili

e sofferenti

che mi ronzano come mosche nelle orecchie…

Dio che tortura

Voglio star sola.

Non voglio più il bianco,

non voglio più il rosso,

non voglio più l’alba ma solo il tramonto.

Farò di tutto

per cacciare i ricordi

che si sono impossessati del mio cuore.

Sì,

li caccerò e sarò più forte

Ma ora basta,

non voglio più parlare.

Lasciate che le onde del mare

mi cullino

e mi portino lontano,

lontano,

dove nessuno potrà più ferirmi..

 

ARCIULI Emanuela

 

 


TRAMONTI…

 

Ogni giorno la sera

di ombre tra i pini.

Farfalle silenti

velate di noia

confondono i sogni .

La sera, di sera,

parole già dette

silenzi già usati

il buio che torna

a insidiare la mente.

La sera, d’estate,

sapori lontani

di fiabe sospese

a fili di stelle

come lacrime azzurre

che lavano il cuore

 

MARGOT

 

 


TRA IERI E DOMANI

 

Il nostro olivo stenta a campare ormai,

ma splende d’argento opaco nel rovescio delle fogli.

Bacchiare – ripensaci –

Sembrava quasi scuotere persona umana.

E io risento l’eco dei parole e risa, in amalgama.

Credi che si attenda ancora il ritorno

delle barche, la sera?

Per quel breve tratto di lago, quanti viaggi…

I gabbiani attraversano come frecce

i cielo sereno, volano veloci,

finiranno per schiantarsi contro il monte

scintillante dell’ultima neve.

Era nostra la regìa, fin dall’inizio dell’anno,

paradossi e formule e massimi sistemi, scorciatoie

le chiacchiere sempre rinascenti sul muretto a secco

che appena bastava ai nostri progetti.

Impensate creature, improvvise incertezze

venivano talvolta a turbarci la vista,

come macchie davanti al sole

gettato, liquido e lieve, a inondare l’erba.

Così è stato il nostro apprendistato di adulti

condottieri dai lunghi sguardi obliqui,

autori di complesse rotte per il tratto breve

che ci separa, ogni sera, dall’ormeggio.

Sensole, febbraio 2002

 

GASPERI Valeria

 

 


LA TORRE DI CASTELLINO TANARO

 

Maestosa si erge

ammonendo l’onda impetuosa del fiume

che più d’una volta la tradì.

Contempla la strada tortuosa,

i sorrisi immacolati dei bambini,

il contadino che taglia l’erba.

Se ne sta,

come un’anziana donna

che ha perso il conto della sua età,

a raccontare la sua infanzia

e il sapore degl’inverni trascorsi

attorno al fuoco d’un camino.

E s’arrabbia

quando qualcuno subisce un torto.

Ha un cuore grande

per amare uno ad uno i suoi figli,

talvolta bricconi

ma sempre pronti a rispettarla.

Ha pianto

quando eravamo tristi,

ha gioito con noi

il giorno di Natale e a Capodanno

e non ci ha mai abbandonati.

E domani sarà ancora là,

come una mamma,

a darci il buongiorno.

 

MERIGGIO Nadia

 

 


PAMPARATO ANDATA E RITORNO

 

Anni passati a rincorrere il vento.

Giorni vuoti di malinconiche solitudini.

Un andare per raggiungere

monete inutili

e fugaci vittorie.

E l’insoddisfazione

di qualche goccia di sale,

labbra secche

alle tue frasi vuote.

E poi ritornare.

E trovare le stesse viuzze,

gli stessi lampioni,

i visi scavati

attaccati allo scoglio

della speranza.

E capire, infine, la vera vita.

Il dire fatto di tacite intese.

I lunghi silenzi, densi si parole.

Perché qui è la verità,

qui la pace dell’anima,

qui il porto sicuro

all’attracco dei tuoi dubbi

e delle tue angosce.

 

CALILLI Enrico









postato da: poesia alle ore agosto 21, 2003 17:29 | link |
categorie:

SERA SARA’ SE SOLA SARAI

 

Sera sarà,

se sola sarai,

senza sorrisi sereni,

senza sesso sublime, sui seni sporgenti,

sospirando sui sogni,

sotto sete suadènti, sensualità seducenti,

sotto stelle splendenti,

sulle sere silenziose,

sulle stanze sopite,

sulle sinfonie struggenti,

sulle segrete suggestioni,

sulle spoglie senescènti…

solitaria succhierai sogni segreti,

sfiorandoti salace,

sentendo sensazioni stupende.

CRISTOFARO Sergio
Vincitore XVI edizione di "Una poesia per Pamparato"

 

 

 

 

 


LE MIE ROSE

 

Giù

lungo il torrente

fra i sassi scivolosi

e le callosità

di pigra verzura grassa,

stanno fiorendo le mie rose.

Protendono timide l’orecchio

alla nenia delle acque

che tutto sanno,

confidando

in una mano che le colga.

Si son nutrite

fino a ieri

di un’assenza;

per contrasto e asimmetrie

han cercato verità.

Eran le stagioni dell’attesa e della prova.

Ma stamani

al chiarore accecante

di un’alba impertinente

han sentito i petali sgranarsi,

la corolla

impudica

si è sottratta

all’ombrosa protezione del fogliame,

e serie, imperturbabili

si son lasciate danzare

dai profumi rampicanti.

Le mie rose sono accese,

forti e irriverenti

si assetano di vita

e si rimandano l’un l’altra

la speranza della resa.

Il passo cadenzato del destino

ora

al mistero

le consegna.

 

ARIMONDO Simona

 

 

 


 

SBRICIOLANO NIDI LE STAGIONI

 

le mie mani minuscole erano nido

tiepide o fredde le dita gracili

intrecciate – un paniere di vimini –

a quelle vigorose d’un padre cantoniere

 

e la fonte non ci dissetava

 

scappava alla Sorgente (velata fessura tra gli steli)

imprendibile l’acqua tra le nostre falangi

     un avannotto – tra i ciottoli del Reno –

     l’occhio nella melma spalancato

     pregava per attimi di vita:

     era solo, gli altri nella corrente, altrove

 

sbriciolano nidi le stagioni:

erano giochi a nascondino

tra il candore di ranno dei lenzuoli

stesi a carezzare nella corsa il viso

oh, i cortei della processionaria

sotto il pino allampanato

abbarbicato a poca terra sotto il Cielo

 

sbriciola un altro nido la stagione:

una pergola soffre trascurata

un tralcio s’appoggia alla panchina

di sasso sbertucciata

un grappolo d’uva fragola avvizzito

nella solitudine autunnale

 

sbriciolano le stagioni i nidi

un covo vuoto:

un pezzetto d’uovo triturato

una piuma, come fiocco di neve trasognato

tra braccia a forcella intirizzite

 

stagioni e un nido sbriciolato

scendo sull’acciottolato – ora strada incatramata –

dalla casa con la soglia consumata

le mani vecchie:

ho dita anchilosate che l’Acqua trapassa

e il Vento gela, sbriciolando le stagioni i nidi!

 

sinolo smembrato – il mio povero corpo –

     tracima nelle nebbie:

     labirinti invernali senza luce

 

BOTTARO Giovanni

 

 

 

 

 

 

 

UN GRIDO

 

Echi & voci sottomarine

Scoprono scogliere sommerse

Un grido dall’anima scaglia

Il sangue al di sopra del mare

 

Scandaglio la profonda bassezza

Di uomini morti & rimorti

Immemori di piccoli eroi

Ammazzati fedeli alla terra

 

Questa terra difesa coi denti

Sassate & bastoni facendone alfine la Patria

E’ solo storia & la storia è una pagina

Pagina letta & lasciata nei banchi di scuola

 

Ogni cosa finisce il suo corso

La vita scorre nel suo fiume travolge

Terra straziata stracciata senza speranza

Giorno per giorno svenduta sfiorita

 

In paludi affondati a saziarci di vuoto

Impalpabile in compromessi stagnanti

Ebbrezza del niente la certezza che abbiamo

Soffocati da grumi & groppi arriviamo a domani

 

Un esercito di nani soccombe

Aiutata da aitanti col culo ben saldo in poltrona

Fornendo a noi plebe balocchi:

Finte emozioni da saldi in Tv..

 

E’ ucciso anche il dubbio morto in loro

Senza orizzonti soli in tramonti sui seni

Abbiamo tutti una voce ma bocche chiuse

Poi occhi bendati per preservarli alla luce

 

Un abisso di follia slego

     Dal mio basso orizzonte

A chi non ha orecchi

     Solo scudi per deviarmi a deriva

Nella mia inquietudine

     Spalanco gli occhi

Una goccia di coscienza & cuore in rossa vergogna

Schiumano rabbiosi a travolgere

           Folla al confine della cecità!!!

 

NARDI Federico

 

 

 

 


 

FORSE TU

 

Forse non è perché le tue mani

volano, spargendo intorno tutta la luce caduta dal cielo

o leggere come acqua e farina

impastano, nelle mattine chiare di sogni

quel pane di fuoco in cui tu ti consumi.

 

Forse non è perché nei tuoi occhi

canta e s’incendia la luce dei crepuscoli

o perché qualche volta le lacrime

hanno bagnato di dolore il tuo sorriso

aprendo nella tua anima un abisso di silenzio.

 

Forse non è nemmeno perché il tuo cuore

si perde con la sua coda stellata nell’infinito, cantando.

O passa con la sua lunga rete di dolcezza

a catturare i pesci terribili della delusione

che attaccano e mordono, lasciando ferite che non si chiudono.

 

Ma di sicuro è perché quel giorno

hai voluto accendere una luce sottile,

hai voluto come un fiume in piena

abbattere tutti gli argini dell’amore

e costruire quel palpito nuovo, origine di un’altra vita.

 

E’ perché quel giorno hai seminato

nel tuo cuore le mie radici di frumento:

e di là salgono le spighe

che vogliono sgranare per te

il loro sussurro d’ombra e di poesia;

 

di là salgono le spighe che ti cantano col vento

la canzone del sempre e dell’attesa:

il bacio tremante di pioggia e rugiada

che vorrei darti sempre,

mamma.

 

MARTUCCI Mariangela







postato da: poesia alle ore agosto 21, 2003 17:10 | link |
categorie:

Una poesia per Pamparato
XVI edizione - anno 2003


Classifica :

 

CRISTOFARO Sergio

COLLE VAL D'ELSA SI

SERA SARA' SE SOLA SARAI

 

...a seguire

ARIMONDI Simona

STRADA IN CHIANTI FI

LE MIE ROSE

 

BOTTARO Giovanni

PISA

SBRICIOLANO NIDI E STAGIONI

 

NARDI Federico

MARTINISCURO TE

UN GRIDO

 

MARTUCCI Mariangela

CHIAVARI GE

FORSE TU

 

BELOTTI Egidio

FOSSANO CN

COM'E' OSTINATO QUESTO VENTO

 

Segnalazioni:

GALLI Giovanni

SAVIGLIANO CN

UNA MONTAGNA CI VUOLE

 

BARTOLUCCI Pierubaldo

FOSSONBRONE PS

A SCUOLA DA APOLINNARE

 

LA GIURIA

 

Luca NECCIAI
(presidente)

Albertina GUENNO

Carla LORENZINI

Giuliana MICHELI

Ilaria PAUTASSO GALLO





postato da: poesia alle ore agosto 21, 2003 16:45 | link |
categorie:

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Utente: poesia
Nome: Luca Necciai
Psicologo, webmaster |--> http://www24.brinkster.com/necciai

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